Thus was established the Italian Astronomical Society

Ileana Chinnici


Così nacque la Società Astronomica Italiana

1 Introduzione

Cent’anni fa, il 7 gennaio 1920, in una sala della Reale Accademia dei Lincei in Roma veniva fondata la Società Astronomica Italiana (SAIt), la principale società scientifica nazionale che oggi rappresenta l’astronomia nelle sue varie componenti, professionale, didattica, amatoriale.

Il percorso che condusse a questa fondazione fu lungo e complesso, e anche abbastanza sotterraneo. La necessità di avere un proprio corpo istituzionale affiorò qua e là, nella comunità astronomica italiana, fin dagli anni successivi all’Unità. In particolare, già alla fine dell’Ottocento, si coglieva l’esigenza di provvedere ad una adeguata diffusione della cultura astronomica, in risposta alla necessità di creare un bacino di reclutamento per i giovani astronomi:

... l’astronomia italiana è in condizione da non poter mettere in campo che un manipolo, prezioso in vero, di valenti generali e ufficiali, muniti di qualche fucile di nuovo modello, mentre altre nazioni muovono alla conquista della terra promessa con eserciti disciplinati, numerosi e sostenuti dalle più potenti artiglierie ...
Se vogliamo sotto tale aspetto metterci alla pari con le altre nazioni, bisognerà che noi pure ci formiamo il nostro esercito astronomico, ben diretto e proporzionatamente numeroso ed equipaggiato [...]. Ma dove reclutare cotesto esercito [...] se non in mezzo ad una popolazione astronomica, la quale da noi manca e che bisogna procurar di fare ad ogni costo. I mezzi per farla sono la scuola, il libro, //l’effemeride.

Il percorso si snodò inoltre attraverso un periodo storico particolarmente delicato, segnato dal primo conflitto mondiale. Paradossalmente, la nascita della SAIt fu accelerata dagli eventi post-bellici, e costituì una risposta alle esigenze di cooperazione internazionale che scaturirono dal desiderio di prevenire simili future tragedie.

La SAIt, infatti, nacque dalle ceneri della Società degli Spettroscopisti Italiani e ne costituì la trasformazione, a lungo ventilata e discussa, soprattutto dopo la nascita dell’International Astronomical Union, di cui alcuni dei fautori di questa trasformazione furono protagonisti.

2 La Società degli Spettroscopisti Italiani

Istituita nel 1871, con un preciso programma scientifico riguardante lo studio comparato e continuato dei fenomeni della fotosfera e della cromosfera solare (macchie, facole, protuberanze, ecc.), la Società degli Spettroscopisti Italiani (fig. 1) aveva contribuito in modo significativo al passaggio epocale che aveva portato alla nascita dell’astrofisica. In particolare, le Memorie della Società, avevano raccolto e veicolato i risultati di una comunità scientifica internazionale in formazione, offrendo uno spazio specifico di diffusione e di confronto, tanto da fare di esse la prima rivista di astrofisica mai realizzata (fig. 2), e quasi una sorta di antesignana del celebre The Astrophysical Journal.

Nell’ultimo quarto del XIX secolo, gli astronomi italiani erano stati tra i primi ad introdurre la fotografia e la spettroscopia in campo astronomico, con risultati di alto valore scientifico. Il principale esempio è costituito dalla classificazione spettrale delle stelle, proposta da padre Angelo Secchi (1818–1878) negli anni 1867–1869, che fu alla base delle successive classificazioni, formulate ad Harvard College Observatory, negli Stati Uniti, sul finire del secolo, da cui derivano quelle tuttora in uso.

Proprio Padre Secchi, gesuita direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano, insieme a Pietro Tacchini (1838–1905), astronomo aggiunto presso l’Osservatorio di Palermo, furono i promotori della fondazione della suddetta Società degli Spettroscopisti Italiani; essa vide anche la partecipazione iniziale di Giuseppe Lorenzoni (1843–1914) e Arminio Nobile (1838–1897), astronomi rispettivamente presso gli Osservatori di Padova e Capodimonte, e di Lorenzo Respighi (1824–1889), direttore dell’Osservatorio del Campidoglio in Roma.

Caratterizzata da una impronta fortemente interdisciplinare, la Società intendeva raggruppare non solo astronomi, ma anche fisici e chimici, interessati allo sviluppo della spettroscopia e alle sue applicazioni. Questa impronta fu certamente voluta da Secchi e Tacchini, i quali provenivano da una formazione non strettamente astronomica (Secchi era fisico, Tacchini ingegnere), e quindi più aperta alle “contaminazioni” con altre scienze. Questa visione non fu però pienamente compresa e condivisa dal resto della comunità astronomica italiana, che in parte avversò o semplicemente ignorò il percorso tracciato dalla Società, chiudendosi in un atteggiamento conservativo, peraltro diffuso anche in gran parte dell’astronomia europea di allora.

Nonostante i contrasti, nel giro di qualche decennio la Società, presieduta a vita da Pietro Tacchini, arrivò a vantare una trentina di illustri soci italiani, tra cui il fisico Pietro Blaserna (1838–1918) ed il chimico Raffaello Nasini (1854–1931), e altrettanti soci stranieri, annoverando tra le proprie fila i nomi dei principali astrofisici dell’epoca.

3 Segnali di trasformazione

Con la Prima Guerra Mondiale, la Società subì profondi cambiamenti, che riflettevano lo stato dell'astronomia italiana dell'epoca, decisamente in declino dopo la morte dei pionieri dell'astrofisica.

Tacchini ed i suoi colleghi non riuscirono, infatti, ad impedire che, dopo i primi successi della nascente astrofisica, l'astronomia italiana ripiegasse verso studi più tradizionali. Il motivo di questo ripiego è da ricercare nell'intrecciarsi di diversi elementi; ne elenchiamo qui alcuni:

1) La mancata applicazione del decreto Bonghi (1876), che avrebbe dovuto eseguire una riforma degli Osservatori Astronomici italiani, distinguendoli in due classi (Osservatori di ricerca e Osservatori universitari). Tale mancata applicazione, dovuta alla caduta del Governo Minghetti e alla discontinuità con la sinistra di Depretis, portò al perdurare del mantenimento di ben dieci Osservatori nazionali, ereditati dalla situazione pre-unitaria, con conseguente dispersione di risorse.
2) La scarsità di risorse finanziarie, che all'indomani del processo unitario, con un Paese che doveva affrontare emergenze non banali sul piano dell'istruzione (da notare che la piaga dell'analfabetismo interessava il 78% della popolazione, con punte del 91% nel meridione), erano evidentemente limitate; in campo astronomico, esse furono principalmente investite nell'acquisto di un grande telescopio per l'Osservatorio di Brera, lasciando altri Osservatori a dibattersi per anni tra problemi di personale insufficiente, di strumenti obsoleti, di sedi cittadine ormai divenute inappropriate.
3) La formazione degli astronomi, tradizionalmente centrata sulla meccanica celeste, che poco o nulla si adattò ai cambiamenti introdotti dall'astrofisica.

Alcuni tentativi di rimediare a questi elementi sfavorevoli furono effettuati dallo stesso Tacchini, negli ultimi anni della sua carriera scientifica, e da Annibale Riccò (1844-1919) (fig. 3), che può considerarsi il suo principale erede scientifico.

Questi tentativi si concretizzarono nella fondazione del primo Osservatorio Astrofisico italiano, realizzato a Catania nel 1880, fortemente voluto da Tacchini e diretto da Riccò, e nell'istituzione della cattedra di Astrofisica, tenuta dallo stesso Riccò, presso l'Università di Catania nel 1890.

L'impatto di queste iniziative sulla comunità scientifica italiana, tuttavia, non fu quello atteso. Peraltro, l'Osservatorio di Catania, sul finire del secolo, fu coinvolto nel grande progetto internazionale di mappatura fotografica del cielo noto come Carte du Ciel, che assorbì un tempo eccessivamente prolungato e consistenti risorse umane ed economiche, rallentando lo sviluppo degli studi astrofisici in quella sede.

Anche il progetto di Tacchini di dedicare un monumento scientifico a padre Secchi, attraverso la realizzazione di un grande telescopio solare, non ebbe il successo sperato. Malgrado la considerevole somma raccolta mediante una pubblica sottoscrizione, lanciata nel decennio successivo alla morte di Secchi, sia per motivi interni al Comitato promotore, sia per lo scarso interesse della maggior parte della comunità astronomica nazionale, il telescopio non venne mai realizzato.

Nel 1905, con la morte di Tacchini, che era stato affiancato negli ultimi anni da Riccò, venne costituito un Consiglio di Presidenza, formato dallo stesso Riccò (che ne assunse la Presidenza), dal fisico Pietro Blaserna e dall’astronomo Elia Millosevich (1848–1919). È un segnale eloquente, che dice la debolezza della comunità astronomica italiana, incapace di esprimere un leader, ma dice allo stesso tempo l’intenzione di mantenere il carattere interdisciplinare della Società, grazie alla presenza di Blaserna.

4 Altre società astronomiche italiane

Altro segnale della debolezza intrinseca della comunità astronomica italiana fu la sua frammentazione in varie aggregazioni di carattere divulgativo, di breve vita. Esse nacquero, in parte, sulla falsariga delle società astronomiche d’Oltralpe (nel 1887 era stata fondata la Société Astronomique de France per promuovere lo sviluppo e la pratica dell’astronomia), e in parte, come già detto, in risposta all’esigenza di colmare una lacuna nel campo della divulgazione e formare nuove generazioni di astronomi.

Uno tra i divulgatori più attivi in Italia agli inizi del XX secolo fu Giovanni Boccardi (1859–1936), controversa figura di prete e astronomo, che nel 1906 fondò la prima Società Astronomica Italiana (SAI). La SAI pubblicò un eccellente periodico, la Rivista di Astronomia e Scienze Affini (fig. 4), fino al 1914; poi, i noti eventi bellici – e non solo, come vedremo più avanti – ne interruppero la pubblicazione.

A Boccardi succedeva, nel 1909, come Presidente della Società, Vincenzo Cerulli (1859–1927) (di cui diremo oltre), il quale così descriveva gli scopi della Società:

... ha per scopo precipuo, oltre la sana e ben intesa divulgazione delle scoperte astronomiche, anche l’avvicinamento degli amatori di Urania ai Maestri delle Specole italiane, affinché quelli possano godere di un insegnamento diretto, anziché di quello solito, di seconda mano, che si trova nelle riviste popolari, ordinariamente redatte da persone poco competenti.

La Società avrebbe “dovuto nutrire nel suo seno una vera scuola di astronomi” e non “solo aver cura dei dilettanti, ma anche di quelli che si propongono di diventare astronomi di professione”. In qualche modo, quindi, essa si proponeva di fare da collante tra i cultori di astronomia a vario titolo e la comunità astronomica professionale, di cui quindi cercava l’appoggio.

L’anno successivo, tuttavia, la stessa Società andava incontro ad una grave crisi interna, che portava Boccardi a lasciare la SAI e a fondare Urania, un’altra società astronomica, con una propria rivista, Saggi di Astronomia Popolare, sempre a cura di Boccardi. La SAI andò avanti sotto la direzione di Cerulli, che grazie ad una intensa campagna pro adesioni presso gli astronomi, nel 1911 poteva affermare:

La Società Astronomica Italiana appare ormai a tutti come una cosa seria degna dell’appoggio degli astronomi [...] le adesioni degli astronomi sono per noi il più prezioso incoraggiamento ...

Cerulli fu rieletto per un secondo mandato, ma nel 1913, a seguito di un contrasto divenuto insanabile col Consiglio della Società (che sostanzialmente riguardava il controllo delle pubblicazioni), preferì dimettersi, determinando così di fatto la fine della Società. Prima delle dimissioni, era stato lanciato un referendum tra i soci, per spostare la stampa della Rivista da Torino (dove ancora troppo ingombrante era l’influenza di Boccardi) a Roma dove, con l’apporto degli astronomi professionisti, sarebbe diventata “un organo dell’astronomia italiana [...] un organo di coltura, un periodico serio, capace di interessare gli astronomi”. L’esito del referendum fu deludente: pochi soci, infatti, vi parteciparono. Così Cerulli interpretava questo insuccesso:

Ciò vuol dire non già sfiducia in chicchessia, ma apatia. Quel referendum ha avuto soprattutto lo scopo di appurare quanta dose di indifferentismo, al riguardo della Società, si trova in mezzo a noi ...

Da qui, la decisione di dimettersi. Il futuro, tuttavia, gli avrebbe riservato una nuova, e ancor più importante, opportunità.

5 Nascita dell’International Astronomical Union (IAU): la svolta

L’immane catastrofe della Grande Guerra aggravò la situazione generale, anche per l’elevato costo del disastroso conflitto bellico, in termini di perdite umane e finanziarie. La comunità scientifica reagì a questo disastro, impegnandosi a promuovere la cooperazione internazionale, attraverso una serie di conferenze preparatorie interalleate, tenutesi a Londra dal 9 al 13 ottobre e a Parigi dal 26 al 29 novembre 1918. Queste portarono, nel luglio 1919 a Bruxelles, alla nascita dell’International Research Council, in cui l’influente matematico italiano Vito Volterra (1860–1940) (uno dei pochi matematici membri della Società degli Spettroscopisti, già Presidente della Società Italiana di Fisica e futuro artefice del Consiglio Nazionale delle Ricerche) figurava tra i tre Vice Presidenti dell’Executive Committee.

Contestualmente, veniva istituita l’International Astronomical Union, con lo scopo di facilitare le relazioni tra astronomi di diversi paesi e la loro collaborazione, per promuovere ovunque lo studio dell’astronomia. È dunque in questo contesto che si esplicita finalmente l’idea di trasformare la Società degli Spettroscopisti Italiani in Società Astronomica Italiana.

Nell’aprile 1919, infatti, i due membri superstiti del Consiglio di Presidenza della Società (Blaserna era morto nel 1918 e, significativamente, non era stato sostituito), inviarono un’importante circolare ai soci (fig. 5). In questo prezioso documento, recentemente venuto alla luce presso l’Osservatorio di Capodimonte, Riccò e Millosevich, partendo dalla constatazione che in Italia l’unica Società di carattere astronomico in vita in quel momento era la Società degli Spettroscopisti italiani, dopo aver affermato l’opportunità che anche l’Italia avesse una propria Società astronomica nazionale, similmente alle altre nazioni, formularono la seguente proposta, interpellando il parere dei soci:

Considerando [...] che attualmente un Comitato interalleato si sta occupando della riorganizzazione delle Associazioni scientifiche, è sembrato ai sottoscritti che sia giunto il momento conveniente per la trasformazione della Società degli Spettroscopisti italiani in Società astronomica italiana, a partire dal 1920.

Nella circolare si leggeva inoltre:

La Società Astronomica Italiana dovrebbe essere del tipo della Royal Astronomical Society di Londra e altre consimili estere [...] e perciò i membri che la comporranno sarebbero in prevalenza cultori degli studi astronomici ...

In questa trasformazione, il prezzo da pagare era quindi ovviamente la perdita della componente interdisciplinare: la società cercava infatti di darsi un’identità più definita, che la configurasse inequivocabilmente come espressione dell’astronomia italiana.

I membri della Società degli Spettroscopisti sarebbero quindi diventati soci fondatori della nuova Società e cinque di essi avrebbero costituito un Consiglio di Presidenza. Uno dei membri del Consiglio avrebbe avuto funzione di tesoriere ed un altro di direttore delle Memorie, organo della nuova società, a cui affiancare un Bollettino, con un redattore retribuito e scelto dal Consiglio. Anche il Segretario sarebbe stato remunerato. Fissata una quota annua di associazione, la nuova Società avrebbe dovuto comunque essere sostenuta da un contributo ministeriale, pari al triplo di quello erogato alla Società degli Spettroscopisti italiani.

La proposta fu evidentemente accolta con favore dai soci, tanto da ritenersi “approvata per il gran numero di adesioni”, ma è ragionevole pensare che da più parti sia stato richiesto di poterne discutere in assemblea.

Intanto, nel luglio 1919, Riccò partecipava per l’Italia alla prima riunione dell’Executive Committee a Bruxelles, essendo così testimone diretto e promotore della nascita dell’IAU. Non era un caso: l’IAU infatti prendeva le mosse dalla Commissione Permanente per la Carte du Ciel, che aveva già costituito un’estesa rete internazionale per la collaborazione al progetto, e di cui Riccò già faceva parte, in qualità di Direttore di un Osservatorio partecipante (l’unico per l’Italia). Nella fase di fondazione dell’IAU, l’Italia voleva essere tra i protagonisti dell’avvio della nuova istituzione – e infatti Riccò invitò ufficialmente l’IAU a tenere la sua prima Assemblea Generale a Roma.

6 L’azzeramento dei vertici

L’invito venne formulato appena in tempo: verso la fine di settembre del 1919, infatti, Riccò moriva, stroncato dalla malaria, mentre, già ammalato, si trovava a Roma per presiedere la riunione di una commissione ministeriale.

Millosevich (fig. 6), trovatosi improvvisamente solo alla guida di questa delicata operazione di transizione, accusò il colpo. Pensò quindi di chiedere l’aiuto di colleghi più giovani, in particolare di Azeglio Bemporad (1875–1945), direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, che invitò a far parte del Consiglio di Presidenza che avrebbe dovuto guidare la trasformazione. Così gli scrisse nell’ottobre dello stesso anno:

... io la prego vivamente di accettare di far parte con me del Consiglio di Presidenza della Soc[ietà] e di sostituire nella direzione delle pubblicazioni il Riccò. Io sono assai vecchio e non posso occuparmi che del mio Osservatorio e dell’Acc[ademia] dei Lincei [di cui era stato riconfermato segretario della classe di scienze fisiche, matematiche e naturali, n.d.r.], che mi dà gravi cure e preoccupazioni ...

Per ricostituire il Consiglio, occorreva però un terzo membro; Millosevich confidò a Bemporad un nome, quello del fisico Antonio Garbasso (1871–1933):

... un terzo membro potrebbe (in confidenza) essere Garbasso, ma di ciò parleremo; come pure dobbiamo parlare della trasformazione della Soc[ietà] degli Spettr[oscopisti] in Soc[ietà] astr[onomica] ital[iana]. Per ora corrono tempi tristissimi; ho fatto qualche assaggio, ma bisogna attendere ore più liete per avere una contribuzione di almeno 6000 lire all’anno ...

La proposta presenza di Garbasso nel Consiglio di Presidenza (come successore di Blaserna, in linea con la tradizione di avere un fisico) era certamente dettata tanto da motivi di convenienza politica che da ragioni scientifiche: Garbasso, vicino alle ideologie fasciste, aveva fondato a Firenze un importante laboratorio di ottica e meccanica di precisione (che poi diventerà l’Istituto Nazionale di Ottica) ed era uno degli scienziati italiani politicamente più influenti, in quel momento.

Nella lettera di Millosevich compare anche il nome di quello che poi diventerà il primo Presidente della nuova società:

Ella, a proposito della sopradetta trasformazione, accenna al nome del caro mio amico V[incenzo] Cerulli; è un prezioso elemento scientifico ...

Cerulli, grazie alla sua attività nella SAI, godeva di una certa popolarità tra gli astronomi, e probabilmente aveva compreso che, in questa fase di trasformazione, poteva esserci spazio per lui nella nuova società. Laureato in fisica, ma privo di una formazione accademica in campo astronomico, Cerulli aveva creato il suo proprio osservatorio privato di Collurania, a Teramo, ma forse per affrancarsi dall’essere considerato comunque un astronomo amatoriale, aveva avviato una collaborazione con Millosevich, all’Osservatorio del Collegio Romano, probabilmente quindi anche mirata ad ottenere una legittimazione scientifica ed un riconoscimento personale.

La lettera di Millosevich a Bemporad si concludeva con un allargamento dell’orizzonte temporale, viste le scarse risorse governative disponibili in quel momento (siamo nell’immediato primo dopoguerra) per la trasformazione della Società:

... anche su ciò potremo discorrere avendo noi davanti molto tempo, perché, le ripeto, che oggidì di diminuzioni nelle contribuzioni da parte del governo si può temere, ma di aumento è vano e anche poco patriottico pensare.

Millosevich, in realtà, non ebbe davanti molto tempo, come sperava; l’impressione ricevuta per l’inopinata catastrofe di Riccò, per sua stessa ammissione, lo aveva segnato. Meno di quindici giorni dopo aver scritto a Bemporad, anch’egli veniva a mancare: l’intero Consiglio di Presidenza della Società degli Spettroscopisti Italiani risultava così azzerato dai decessi ravvicinati dei suoi membri.

7 La nascita della SAIt

In qualche modo, tuttavia, con quest’ultima lettera, Millosevich lasciava ad Azeglio Bemporad (fig. 7) l’eredità morale di portare avanti il processo in corso. Questi pensò quindi di mobilitare la comunità astronomica italiana per evitare la dissoluzione della prestigiosa Società degli Spettroscopisti, e accelerare il passaggio all’auspicata Società Astronomica Italiana. Lo si evince chiaramente da una lettera di Bemporad a Filippo Angelitti (1856–1931), direttore dell’Osservatorio Astronomico di Palermo – ma probabilmente inviata anche ad altri direttori – nella quale si legge:

La morte del Prof. Riccò, seguita a così breve distanza da quella del compianto Prof. Millosevich, ha lasciato larghi vuoti nei posti che i due così degnamente occupavano in molte Commissioni della Unione Astronomica Internazionale, ha privato la Società degli Spettroscopisti Italiani di tutto il consiglio di Direzione, ha troncato gli inizi di lavoro per la costituzione di una Società Astronomica Italiana di cui il primo annunzio era già stato dato dal Prof. Millosevich, per mezzo di una circolare a stampa, alcuni mesi or sono.

È dovere di tutti gli astronomi italiani, ed in pari tempo il migliore omaggio che possiamo rendere alla memoria dei due illustri scomparsi, salvare dal totale dissolvimento l’istituzione che ha dato vita per quasi mezzo secolo all’unico periodico astronomico pubblicato in lingua italiana e cercare di creare accanto a questa un organismo che colleghi in più feconda collaborazione di quanto non accadesse in passato le forze disperse nelle nostre specole; è dovere nostro infine rispondere all’appello che ci viene diretto dalla Unione Astronomica Internazionale per una partecipazione attiva ai lavori delle varie Commissioni.

Per sollecitare la soluzione di questi non facili compiti è sembrata opportuna ad alcuni colleghi una intesa fra gli astronomi che potranno trovarsi a Roma nei giorni 6 e 7 dell’anno prossimo o in altri giorni da fissare di comune accordo.

I protagonisti di una volta non c’erano più, ed era necessario serrare le fila, soprattutto di fronte ad altre comunità scientifiche nazionali più numerose e meglio organizzate, come quella dei matematici e dei fisici, che già da febbraio stavano lavorando alla costituzione del futuro Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Gli spettroscopisti, inoltre, non costituivano più la maggioranza del corpo sociale, ormai rappresentata dagli astronomi, che necessitavano d’altronde di un proprio spazio e di un organo accademico nazionale che desse loro visibilità, alla pari delle società astronomiche estere, di antica fondazione. Dignità e prestigio della categoria – e della nazione, che aveva aderito all’Intesa vincitrice del conflitto, ma a caro prezzo – richiedevano una svolta, determinata dal contesto e dagli eventi storici.

Nel cambio del nome c’era certamente inoltre anche questo desiderio di voltare pagina, tipico del dopoguerra; un desiderio di ripartire, di rinnovarsi, di ricominciare, dopo il male assoluto della guerra.

Alfonso Di Legge (1847–1938), successore di Millosevich alla direzione dell’Osservatorio del Collegio Romano, venne sollecitato da Bemporad a prendere l’iniziativa; Di Legge convocò pertanto una riunione da tenersi il 7 gennaio a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, che discuta e fissi il modo più spedito e più sicuro, per mandare ad effetto la trasformazione della Società degli Spettroscopisti Italiani in Associazione italiana d’Astronomia ...

Inoltre, seguendo una linea che stava emergendo anche all’estero, la piccola comunità degli astronomi italiani cercò di far causa comune coi geodeti ed i geofisici, coi quali si era creata una rete grazie al Servizio Internazionale delle Latitudini. Per questo, Antonio Abetti (1846–1928), direttore dell’Osservatorio di Arcetri, propose di invitare alcuni loro rappresentanti alla riunione di Roma, suggerendo gli influenti nomi dei già menzionati Vito Volterra e Antonio Garbasso, e del fisico Antonio Ròiti (1843–1921), già membri della Società degli Spettroscopisti Italiani. Non a caso, anche l’International Union for Geodesy and Geophysics – altra emanazione dell’International Research Council – nata nel luglio 1919 a Bruxelles, terrà poi contemporaneamente all’IAU la propria prima assemblea a Roma nel 1922.

Nel corso della riunione si stabilì di istituire un Comitato che avrebbe formulato lo Statuto della nuova società. Il Comitato, che di fatto costituì il primo Consiglio Direttivo, era composto da Vincenzo Cerulli (fig. 8), nel ruolo di presidente, dai già citati Garbasso e Volterra, e dagli astronomi Azeglio Bemporad ed Emilio Bianchi (1875–1941). Sulla presidenza di Cerulli, la cui candidatura era stata sostenuta da Bemporad, vi fu ampia convergenza da parte della comunità astronomica nazionale, che aveva espresso il proprio consenso anche sugli altri nomi poi scelti come componenti del Comitato.

In occasione della riunione del 7 gennaio – considerata come l’ultima della Società degli Spettroscopisti Italiani – furono anche prese alcune iniziative significative, come la petizione al Ministero competente affinché si provvedesse all’assegnazione delle posizioni direttoriali vacanti mediante pubblico concorso, come richiesto dai giovani astronomi.

Tre giorni dopo la riunione di Roma, Garbasso aveva già compilato una bozza di statuto, che venne poi sottoposta ai soci per approvazione: la nuova Società prendeva vita (fig. 9).

8 L’avvio della Società

Il primo statuto, come pure la linea editoriale delle Memorie, divenute dal 1920 in poi Memorie della Società Astronomica Italiana, furono fortemente improntati dall’atteggiamento di ripiegamento che caratterizzò la comunità astronomica nazionale di quel periodo. Lo statuto, infatti, limitò a 30 il numero di soci onorari, esclusivamente stranieri, a fronte di 100 membri effettivi, prevedendo invece un numero illimitato di membri associati: un segnale di chiusura verso l’estero, e di sostanziale disinteresse per quanto avveniva fuori dai confini nazionali. Analogamente, la linea editoriale, dettata dal presidente Cerulli, non solo escluse i lavori di ricerca, ma si propose di fare delle Memorie (fig. 10) un organo di critica delle scoperte altrui; per quanto sollecitato a correggere il tiro su questo punto, Cerulli non modificò questa linea, se non nel senso di includere i lavori di osservazioni, e non limitarsi all’esame dei soli lavori teorici. In quello stesso anno, Cerulli elaborò anche un “Regolamento finanziario” delle Memorie, che prevedeva un contributo economico da parte degli autori; la pubblicazione delle Memorie, infatti, sembrava opportuno che avesse una cadenza trimestrale, ma la sovvenzione governativa non era sufficiente a coprire le spese di stampa che per un solo numero annuale. Su suggerimento di Di Legge, si decise di esentare dal pagamento gli autori stranieri, nel tentativo di incoraggiarli.

Primo segretario-cassiere (stipendiato dalla Società) fu Pio Emanuelli (1889–1946), già collaboratore della Specola Vaticana, e in seguito molto attivo nel campo della divulgazione astronomica. È da segnalare che l’esplorazione del fondo archivistico che di lui si conserva presso la Domus Galilaeana di Pisa potrebbe fornire ulteriori elementi per lo studio dei primi anni di vita della Società.

Prima sede (ancora provvisoria nel 1927) della Società fu una stanza dell’Osservatorio del Collegio Romano, concessa in attesa che il Ministero assegnasse un locale nello stesso stabile (in realtà, con la nuova presidenza, la sede fu poi trasferita a Milano).

Inevitabilmente, la nuova società astronomica italiana si trovò subito in conflitto con la società Urania di Boccardi, che intanto si era guadagnato credibilità all’estero (grazie al suo contributo nei lavori della Carte du Ciel), ed aveva lanciato una campagna di adesioni ad Urania. Così Cerulli metteva in guardia l’illustre senatore astronomo Giovanni Celoria (1842–1920), decano dell’astronomia italiana:

Avendo saputo [...] che s’è osato mandar anche a Lei l’invito ad associarsi alla cosidetta “Urania” di Torino, mi affretto ad avvertirLa che quella sedicente Società ed il miserevole fascicoletto mensile da essa edito, sono organi dello pseudo-astronomo di Pino [Torinese] e non meritano quindi nessun incoraggiamento da parte nostra. Il detto Signore si è atteggiato in passato a rappresentante dell’Astronomia Italiana, ed è riuscito [...] ad ingannare sul proprio conto i Baillaud e i Lallemand [Benjamin Baillaud (1848–1934), presidente dell’IAU, e Charles Lallemand (1857–1938), presidente dell’IUGG (International Union of Geodesy and Geophysics)].

In realtà, dopo la morte di Riccò, era stato Antonio Abetti ad essere cooptato al suo posto, quale rappresentante della astronomia italiana, nell’Executive Committee dell’IAU, e questi lavorava alacremente per preparare la prima Assemblea Generale di quest’ultima a Roma. A nome della R. Accademia dei Lincei, Volterra nel 1921 confermò l’invito formulato da Riccò e, nel maggio 1922, si tenne a Roma, in una sala dell’Accademia dei Lincei, la prima Assemblea dell’IAU (fig. 11), che vide nel nuovo Executive Committee, per il successivo triennio, la presenza del Presidente della SAIt, Cerulli, tra i cinque Vice-Presidenti dell’IAU: un importante riconoscimento per la giovane Società Astronomica Italiana.

A prova del perdurare delle difficoltà economiche dell’astronomia italiana e delle scarse risorse disponibili, va menzionato il delicato incidente diplomatico che vide coinvolta l’Italia. Il 27 marzo 1922, a pochi mesi dall’Assemblea, Emilio Bianchi lanciava un appello, segnalando:

... l’Italia si trova in una posizione alquanto critica nel seno dell’Unione astronomica internazionale; in quanto che, a differenza di tutti gli altri Stati aderenti, ancora non ha pagata la sua quota d’adesione all’Unione stessa pel 1921; quota ammontante a franchi 12.000, cioè a circa 20.000 lire.

Per ovviare all’emergenza, il governo si impegnò a versare la metà della quota, mentre il resto sarebbe stato versato dagli Osservatori, in maniera proporzionale alle risorse annualmente assegnate dal Ministero: un espediente che permise all’Italia di salvare la propria reputazione internazionale.

9 Modifiche allo Statuto

Morto Cerulli nel 1927, il bilancio della sua Presidenza della SAIt non apparve particolarmente felice. In sette anni di Presidenza, furono pubblicati solo tre volumi delle Memorie, mentre il numero di soci, al 1925, era di appena 60 unità.

Successore di Cerulli fu Bianchi (fig. 12), che diede invece una svolta energica alla SAIt. Bianchi prese due importanti provvedimenti, e cioè modificare la linea editoriale delle Memorie, aprendole a qualsiasi tipo di contributo scientifico serio, e modificare lo Statuto, eliminando la distinzione tra effettivi e associati e le limitazioni di numero, e allargando così, di fatto, la base della Società.

Il nuovo Statuto fu elaborato da Bianchi con Giorgio Abetti (1882–1982) e Giovanni Silva (1882–1957), rispettivamente direttori degli osservatori di Arcetri e Padova, e fu approvato nel 1930. Gli effetti positivi non mancarono: le Memorie iniziarono ad essere pubblicate regolarmente con cadenza biennale, e a contenere articoli di buon livello scientifico, redatti sia da astronomi professionisti, sia da astronomi amatoriali di tutto rispetto. Il numero di soci, inoltre, crebbe fino a stabilizzarsi intorno alle 120-130 unità per tutto il ventennio successivo.

Nel 1937 si avviò l’iter perché la Società diventasse Ente Morale e si provvide ad una revisione dello Statuto per conformarsi alle nuove disposizioni di legge relative alle società scientifiche. Fu un’operazione lunga e complessa, che durò due anni; nel 1939, con R. D. 10 giugno n. 1299, la SAIt fu eretta Ente Morale, con sede a Milano, e fu approvato il nuovo Statuto, che prevedeva l’adozione di un Regolamento approvato dal Ministero per l’Educazione nazionale. L’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale rallentò, come era ovvio, l’elaborazione del Regolamento, che fu approvato nel maggio del 1943, sotto la presidenza di Giorgio Abetti (fig. 13), succeduto a Bianchi. Per fronteggiare la grave crisi attraversata della Società in quegli anni, Abetti fece appello a tutta la comunità astronomica italiana, invitandola a sostenere quella che doveva essere l’istituzione erede della tradizione degli spettroscopisti italiani:

Non sembra possibile che esistano in Italia soltanto 98 persone affiliate ad un sodalizio, il quale ha una storia ed una produzione scientifica che non possono essere dimenticate, né possono finire. [...] La nostra Società non può mancare di raggiungere subito un incremento notevole ad altamente desiderabile, continuando a progredire sulla via iniziata, con tanto decoro per la nazione ed utilità per la scienza, dal Padre Angelo Secchi e da Pietro Tacchini ...

La ripresa, nel Dopoguerra, fu lenta e faticosa, ma portò ad un progressivo consolidamento della Società e delle Memorie. Lo Statuto del 1939 rimase in vigore per oltre cinquant’anni; venne poi rinnovato e approvato dal Ministero nel 1993, con un nuovo Regolamento approvato dai soci nel 1995.

10 Uno sguardo ai tempi recenti

Non è questa la sede per ricostruire in dettaglio la storia della SAIt fino ai giorni nostri. Tuttavia, vale la pena di menzionare che, alle Memorie della SAIt, si affiancò nel 1975 il Giornale di Astronomia (fig. 14), rivolto principalmente a docenti, studenti e cultori dell’astronomia, con il fine dichiarato di svolgere un’opera di utilità sociale, promuovendo la diffusione della cultura scientifica nel nostro Paese. Trovava così attuazione un’istanza sentita da molto tempo, quella cioè di poter disporre di un bollettino di informazione e divulgazione astronomica qualificata. Una prima risposta a questa istanza era stata, nel 1931, la fondazione della rivista Coelum, diretta da Guido Horn-D’Arturo (1879–1967), nata sotto gli auspici della SAIt, ma non sua emanazione diretta.

In tempi recenti, dal 1998 al 2005, il Giornale di Astronomia è stato pubblicato anche in lingua araba, proprio nell’intento di svolgere un compito divulgativo sempre più ampio e di essere veicolo di conoscenze astronomiche anche in altre culture. Oggi il Giornale è un’apprezzata rivista in cui confluiscono contributi interdisciplinari di carattere generale culturale su temi astronomici.

Negli anni, la SAIt ha visto un impegno crescente nel campo della didattica e della divulgazione, tanto da farne un interlocutore autorevole nelle opportune sedi ministeriali, grazie alla significativa componente di insegnanti. Ad essi la SAIt ha offerto da anni un’opportunità di formazione attraverso l’organizzazione di scuole estive. Con l’apporto degli enti locali, nel 2004 ha inoltre ottenuto, attraverso la sezione di Reggio Calabria, la realizzazione e la gestione del planetario Pythagoras, da allora particolarmente attivo nell’organizzazione di eventi didattici e divulgativi.

Più complesso è stato il rapporto con la componente degli astrofili, con alterne vicende, dovute alla nascita di associazioni amatoriali locali, poi confluite in organismi nazionali ed internazionali. Con gli astrofili non sono mancati momenti di fruttuosa collaborazione, di dialogo e di scambio: in alcune tematiche infatti, quali l’inquinamento luminoso o la divulgazione, gli astrofili hanno dato (e danno tutt’ora) un apporto essenziale.

Le Memorie hanno continuato ad essere un’importante rivista scientifica, che ha offerto la possibilità di pubblicare numerosi atti di convegni scientifici nazionali ed internazionali, e si preparano ora ad una trasformazione digitale, divenuta quanto mai necessaria per rispondere alle esigenze dei nostri tempi.

Tutti questi elementi hanno dato oggi una connotazione specifica alla SAIt, che quest’anno ricorda il centenario della sua fondazione, facendone un attore importante nella valorizzazione della cultura astronomica in Italia.

Ringraziamenti

L’autrice esprime un particolare ringraziamento ai colleghi Mauro Gargano (INAF- Osservatorio Astronomico di Capodimonte), Donatella Randazzo (INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo) e Marco Ferrucci (INAF-Osservatorio Astronomico di Roma) per il reperimento dei documenti archivistici citati nell’articolo.