Science, technology and inequalities: a reflection

E. Coccia


Scienza, tecnologia e disuguaglianze: una riflessione

1 Introduzione

Si parla spesso di scienza e tecnologia come motori di innovazione e sviluppo dal punto di vista economico. Tuttavia, accanto agli innegabili benefici già ottenuti e alle prospettive di risolvere alcuni dei problemi più gravi dell’umanità, lo sviluppo tecnologico non sempre si accompagna a una diminuzione delle disuguaglianze economiche. Un indicatore che misura la disuguaglianza è l’indice di Gini, reso recentemente popolare anche al di fuori della cerchia degli economisti perché citato da Mario Draghi nel discorso di insediamento del nuovo Governo. Si tratta dell’indice di variabilità di una distribuzione, che applicato al reddito vale 0 nel caso di pura equidistribuzione (reddito uguale per tutti) e 1 nel caso in cui si ha la massima concentrazione (reddito tutto concentrato su una sola persona). In fig. 1 confrontiamo l’indice di Gini relativo al reddito su base nazionale e la frazione di PIL pro-capite investito in ricerca e sviluppo, i dati sono riportati in tabella ed estratti dal report della Banca Mondiale per l’anno 2017.

Come si vede dalla figura non c’è una chiara relazione tra le due quantità, con una tendenza, statisticamente poco significativa (dell’ordine del 5%), della diminuzione dell’indice di Gini all’aumentare della percentuale di PIL pro-capite investito in ricerca.

L’impatto sulle disuguaglianze degli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico è, dunque, scarso e ciò risulta particolarmente grave se si pensa ai grandi investimenti pubblici nella ricerca che hanno reso possibile lo sviluppo e la commercializzazione di nuove tecnologie e servizi. Per esempio, Mariana Mazzucato ha recentemente mostrato come tutte le tecnologie cruciali presenti negli iPhone prodotti da Apple, a partire dai chip fino al software, sono basate in origine su ricerche finanziate da fondi pubblici. Tuttavia, in questo caso, l’enorme ricchezza prodotta dalla ricerca pubblica non ha prodotto un beneficio economico diretto per i cittadini che, attraverso la fiscalità generale, l’hanno finanziata. Poche compagnie private e pochi individui hanno raccolto la maggior parte dei profitti, provenienti da investimenti pubblici.

Il valore prodotto dalla ricerca scientifica e tecnologica è ormai divenuto il fattore dominante nella produzione economica. Mentre nel 1975 la proprietà intellettuale (IP), di cui i brevetti tecnologici costituiscono una componente importante, rappresentava il 17% del valore delle compagnie quotate nel S&P 500, nel 2015 l’IP è arrivata a rappresentare l’84% del loro valore. Parallelamente, le disuguaglianze economiche sono progressivamente aumentate su scala globale a partire dagli anni '80 del secolo scorso, come si evince in fig. 2: oggi in molte regioni del mondo il 10% più ricco della popolazione raccoglie ogni anno più del 50% del reddito.

Di fronte a questo scenario, il mondo della ricerca potrebbe ben interrogarsi sul proprio ruolo nella produzione e distribuzione della conoscenza, dunque della ricchezza, e su quali accorgimenti e procedure possono contribuire a renderne più ampia la diffusione, e dunque portare a una riduzione delle disuguaglianze.

2 Una nuova sensibilità

Per uno scienziato, soprattutto per chi è impegnato nella ricerca di base, considerazioni di impatto sociale possono creare perplessità e persino diffidenza, in quanto esulano della propria formazione e sono in generale considerate lontane dagli obiettivi del proprio lavoro. Tuttavia, a cominciare dalle principali università e istituzioni di ricerca del mondo, è stata avviata una riflessione per ampliare l’ambito della missione della ricerca scientifica e tecnologica includendo anche l’impatto sociale delle ricerche condotte. Il 15 ottobre 2018, nell’investire un miliardo di dollari per la creazione di un hub interdisciplinare sull’intelligenza artificiale, il Massachusetts Institute of Technology ha stabilito anche linee guida etiche e un forum per discutere e valutare l’impatto sociale della ricerca. Questo è motivato dal timore che lo sviluppo tecnologico “è sempre più in grado di alterare la struttura della società e – lasciato senza controllo – potrebbe danneggiare più persone di quante non ne aiuti”.

Qualcosa si muove anche in Italia e, negli ultimi anni, diverse istituzioni universitarie hanno aderito a nuove reti di coordinamento, sensibili al tema della responsabilità sociale. La RUS – Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (https://reterus.it) promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane da luglio 2015, è la prima esperienza italiana di coordinamento e condivisione tra tutti gli atenei impegnati sui temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità sociale.

L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (https://asvis.it), nata il 3 febbraio del 2016, cui pure aderiscono molti atenei, si propone di far crescere la consapevolezza dell’importanza di realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 approvate il 25 settembre 2015 dalle Nazioni Unite, definito come un piano di azione globale per le persone, il pianeta e la prosperità. Per “sviluppo sostenibile” si intende semplicemente lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

Più specificamente sul tema della riduzione delle disuguaglianze, il Forum Disuguaglianze Diversità (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org), creato nel 2018 attraverso l’incontro e la collaborazione tra il mondo della ricerca e quello della cittadinanza attiva, si propone di costruire un luogo di pensiero e confronto per informare, discutere e disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento e favoriscano il pieno sviluppo di ogni persona in coerenza con l’articolo 3 della Costituzione Italiana (in particolare lì dove recita: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese).

Alcuni atenei, a fronte di crescenti partnership con il settore privato nel campo della ricerca tecnologica, iniziano a riflettere su come strutturare le proprie attività di ricerca e sviluppo per incorporare nelle decisioni strategiche anche una valutazione degli impatti sociali, tenendo conto non solo dei cittadini privilegiati e resilienti, ma anche di quelli spesso esclusi dai benefici dello sviluppo scientifico e tecnologico. La domanda chiave è: si possono gestire le potenziali ricadute della ricerca in modo da ridurre le disuguaglianze e aumentare la libertà sostanziale di ciascuno, rispetto al migliorare il benessere solo di alcuni?

Quanto segue riassume la fase iniziale di una riflessione sulla possibilità di creare un modello per un impatto sociale della ricerca applicata che riduca le disuguaglianze.

3 Technology assessment

Il processo che dalla ricerca scientifica conduce a cambiamenti sociali impone alle università e agli istituti di ricerca decisioni che possono conseguire da biforcazioni, dove è possibile orientare lo sviluppo tecnologico verso conseguenze sociali positive, tendenti cioè alla riduzione delle disuguaglianze, o negative, nel caso in cui lo sviluppo tecnologico rimanga a disposizione di pochi, contribuendo all’incremento delle disuguaglianze.

La volontà di valutare e la capacità di anticipare l’impatto sociale delle biforcazioni sono i due fattori limitanti nel perseguimento di un impatto sociale positivo. Il primo di questi fattori dipende dalla sensibilità e dall’organizzazione dell’istituto di ricerca, mentre il secondo deve fare i conti con l’intrinseca incertezza nell’anticipare in maniera completa e affidabile le conseguenze di lunghe e complesse catene causali.

Specificatamente, il campo del Technology Assessment (TA) deve fare i conti con il cosiddetto dilemma di Collingridge: da un lato l’impatto sociale di una tecnologia non può essere identificato con facilità finché la tecnologia non è pienamente sviluppata e adottata; dall’altro è difficile controllare o modificare una tecnologia una volta che è ampiamente diffusa. Ne consegue che le anticipazioni nel campo del TA avvengono con margini di incertezza e approssimazione che sono comuni nel settore business ma che possono mettere a disagio gli scienziati tradizionali. Nei limiti di questa situazione, rendere esplicito e strutturato il processo di valutazione dell’impatto sociale della ricerca contribuisce, comunque, a diffondere la responsabilità decisionale in una direzione più democratica. Inoltre, benché sia impossibile prevedere tutte le conseguenze a lungo termine di una nuova tecnologia, è possibile orientarne lo sviluppo a cominciare dalle fasi iniziali cercando di minimizzare i rischi per la collettività.

La disciplina del Technology Assessment (TA) venne sviluppata a partire dal 1972 dall’Office of Technology Assessment (OTA) del Congresso degli Stati Uniti d’America, con lo scopo di fornire un’analisi autorevole e oggettiva sugli impatti delle nuove tecnologie. Il Parlamento Europeo ha stabilito un comitato per il TA chiamato Science and Technology Options Assessment (STOA), mentre le istituzioni che consigliano i vari parlamenti nazionali europei sono riuniti in un network chiamato European Parliamentary Technology Assessment (EPTA) con 12 membri ordinari e 10 membri associati. Attualmente l’Italia non ha una sua istituzione nell’EPTA, ma i vari report e dati prodotti dall’EPTA sono di dominio pubblico e possono essere utilizzati per la valutazione di nuove tecnologie. Su questa base di conoscenze, è stimolante e anche opportuno avviare la riflessione su come inserire una valutazione esplicita dell’impatto sociale nello sviluppo della ricerca.

4 Impatto sociale della ricerca di base

Per le università e le istituzioni di ricerca curiosity driven, fattori di natura squisitamente scientifica sono alla base delle decisioni di investimenti in ricerca, ed è fondamentale che così continui a essere. Comunque, là dove le loro ricerche fanno prevedere applicazioni, anche tali istituzioni possono strutturare le proprie attività introducendo due funzioni complementari: un processo di due diligence (cioè di previsione a partire dallo studio dei dati disponibili) dell’impatto sociale e una partecipazione sociale formalizzata. Da tempo fondi di investimento “ad impatto sociale” (per esempio, The Rise Fund o Bain Capital Double Impact negli Stati Uniti) prima di investire i loro capitali affiancano a una valutazione del profitto economico anche una previsione dell’impatto sociale atteso. Questo è uno dei fattori che serve a decidere in quali opportunità investire, e identifica una serie di indicatori specifici che possono essere misurati a posteriori per valutare l’effettivo conseguimento dei risultati aspettati. Questo tipo di valutazione potrebbe servire da modello per un’attività analoga da svolgersi prima di decisioni importanti sulle linee di ricerca applicata da perseguire. Un’iniziativa di questo tipo sarebbe inoltre compatibile con la necessità di rafforzare nell’analisi del rischio considerazioni di benessere per le generazioni future.

Ricercatori e tecnologi hanno il privilegio di conoscere in dettaglio e prima della maggioranza degli altri cittadini quali sono i più recenti e promettenti sviluppi tecnologici. Chiediamoci: questo privilegio non comporta anche la responsabilità di stimolare un dibattito pubblico sugli orizzonti futuri dell’innovazione tecnologica? Se questo processo partecipativo (accompagnato con la necessaria diffusione di conoscenza) manca e le decisioni strategiche sono lasciate solo agli esperti c’è un rischio concreto di creare sbilanciamenti nel potere decisionale e persino di degradare il funzionamento della democrazia.

Varie istituzioni internazionali stanno valutando come rafforzare le proprie attività di educazione scientifica e di partecipazione pubblica, rendendole parte integrante del processo di valutazione degli investimenti per la ricerca. L’EPTA ha codificato una serie di metodi partecipativi per il TA e per i processi decisionali tecnologici (come “focus groups”, “scenario workshops”, conferenze, etc.) che possono fornire un valido punto di partenza nello stabilire un’adeguata partecipazione pubblica. Il libero accesso alle informazioni è un prerequisito per la partecipazione pubblica. Quando i risultati e le implicazioni della ricerca restano riservati a pochi c’è il rischio di una frattura con i cittadini che non hanno accesso alle informazioni e che non possono rendersi conto né delle direzioni che il progresso tecnologico prende né di chi ne trarrà benefici.

Le istituzioni dovrebbero stabilire una politica di Open Source e Open Data, per favorire la condivisione e la diffusione dei propri risultati scientifici. D’altro canto, l’accesso ai dati non è da solo sufficiente a garantire uno sfruttamento equo del loro valore. Sviluppare e commercializzare tecnologie specifiche, così come utilizzare in maniera profittevole Big Data, richiede sempre più conoscenze tecniche avanzate e ingenti capitali da investire, creando una barriera di fatto tra chi può utilizzare i dati in maniera produttiva e chi no. In questo contesto, un’istituzione che ha a cuore la riduzione delle diseguaglianze economiche può attuare politiche di protezione e valorizzazione della proprietà intellettuale (IP) per indirizzarne il futuro utilizzo (e commercializzazione) verso impatti sociali positivi.

Un patrimonio di IP che sia a disposizione di un istituto di ricerca pubblico è un potente mezzo per indirizzare lo sviluppo economico verso la riduzione di diseguaglianze sociali. Un esempio molto studiato (e molto citato) a riguardo è il ruolo che il Fraunhofer-Gesellschaft ha avuto in Germania per lo sviluppo delle piccole e medie imprese e per la riduzione delle differenze regionali nello sviluppo economico.

Venendo ad un esempio vicino all’autore dell’articolo, una giovane istituzione quale il Gran Sasso Science Institute dell’Aquila sta considerando due criteri generali per indirizzare l’utilizzo della sua futura proprietà intellettuale. Il primo criterio è dare preferenza quanto più possibile a partnership di ricerca con piccole e medie imprese locali, che potranno essere considerate anche come soggetti preferenziali per l’IP licensing nel caso superino livelli minimi di affidabilità. Questo criterio ha lo scopo di indirizzare i benefici della ricerca pubblica verso l’aumento della competizione (supportando piccoli attori che altrimenti avrebbero difficoltà a competere con grandi monopolisti) e verso lo sviluppo dell’economia in un’area disagiata. Il secondo criterio è privilegiare partnership con aziende che perseguono obiettivi di impatto sociale in aggiunta al puro profitto. In pratica il GSSI si sta dotando di criteri di valutazione simili a quelli dell’Impact Investing per allocare licenze di proprietà intellettuale anziché risorse finanziarie. In quest’ottica il GSSI potrebbe anche richiedere un sistema di rendicontazione nel caso di spin-off che nascano dalla propria ricerca.

Venendo a un discorso più generale, la responsabilità di un ente di ricerca verso le tecnologie da esso sviluppate non si esauriscono con la commercializzazione. Molte legislazioni, ad esempio, richiedono che farmaci e dispositivi medici siano in un regime di post-market surveillance da parte delle industrie farmaceutiche. Similmente, un istituto di ricerca che si prefigge di produrre un impatto sociale dovrebbe continuare a monitorare e analizzare i risultati che le proprie tecnologie producono sulla società. La prima parte di questa responsabilità comporta la raccolta di dati sugli indicatori di impatto sociale individuati durante il processo iniziale di due diligence. L’analisi di questi indicatori, con i nuovi dati raccolti, può aiutare a chiarificare l’effettivo impatto sociale di una tecnologia. Nel caso l’effettivo impatto sociale si discosti da quanto previsto inizialmente, quest’analisi permetterebbe inoltre di raffinare ulteriormente i modelli usati nella due diligence. In questo modo, la valutazione di impatto sociale della ricerca può operare in maniera circolare producendo un miglioramento continuo nella capacità di anticipare gli effetti sociali della ricerca e delle nuove tecnologie.

5 Conclusioni

Nel secolo scorso i picchi di disuguaglianza economica raggiunti nei “ruggenti” anni '20 sfociarono nella grande depressione e nell’istaurazione di regimi totalitari in molti paesi industrializzati. Oggi c’è il timore che l’aumento delle diseguaglianze in atto possa mettere in pericolo la stabilità stessa dei sistemi democratici. Guardando avanti, le università e le istituzioni di ricerca in generale potrebbero incorporare nella propria missione scientifica una dimensione di impatto sociale e riduzione delle diseguaglianze, grazie a iniziative strategiche che governino la ricerca applicata e la commercializzazione delle tecnologie sviluppate. Da un lato ispirandosi ad una prospettiva di Open Science, stabilendo processi partecipativi che valutino l’impatto sociale e indirizzino le applicazioni della produzione scientifica, rendendo i risultati veramente fruibili al pubblico più vasto. Dall’altro lato impegnandosi nella promozione di reti di piccole e medie imprese che vadano nella direzione tracciata ad esempio dal Fraunhofer-Gesellschaft.

Si tratta di una sfida impegnativa e piena di incertezze, ma è una sfida che può arricchire di un senso ancora più profondo la nostra professione di ricercatori.